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lunedì, 16 novembre 2009

Sedici Undici

 Il blog è defunto, non c'è che dire. Colpa del Social Networking, probabilmente. In ogni caso, male che vada, resterà qui ad imperitura memoria.

Intanto, non ci si può certo sottrarre alle feste comandate. Per cui, auguri a tutti.
Alle ore 21:05, Jep avrebbe fatto meglio a darsi fuoco | link | commenti
giovedì, 02 luglio 2009

Approvato il DDL sicurezza

 

Rinfreschiamoci un po' le idee sulle popolazioni emigranti



“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali". "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purchè le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".
Da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.
Alle ore 22:15, lorrico avrebbe fatto meglio a darsi fuoco | link | commenti (1)
giovedì, 25 giugno 2009

LA SANT'ONOFRIO INDIPENDENTE ATTO ULTIMO

Se lo dice lui?!?

 

Erano seduti gia da un po’ a un tavolo del bar dell’autogrill. Sul tavolo erano poggiate tazze di cappuccino, tazzine di caffè, piattini con cornetti e brioche. Gli occhi azzurrissimi di Ciro il camionista eran diventati più limpidi e vivaci di quanto gia fossero nell’ascoltare attentamente tutta la storia. I Sant’Onofriani gli avevano raccontato confusamente tutto l’accaduto, dalla decisione dell’autarchia fino al viaggio, passando per la festa del patrono.

«Meraviglioso. Veramente sorprendente. Avete un’inventiva esagerata. Una fantasia così grande non l’avevo mai riscontrata. Ma lasciate che vi dia qualche dritta.»

Alle parole di Ciro, i quattro gongolarono. Escluso Geremia troppo distratto ad osservare il fondoschiena della cameriera che sparecchiava il tavolo adiacente al loro. Ciro continuò:

«Sentite. Non me ne intendo molto. Ma penso che l’energia nucleare non la si possa caricare su di un furgone, tra l’altro sgangherato, e portarsela via. E  poi cercate l’oro nel posto sbagliato. »

«Cosa? Che ci importa dell’oro a noi. Non utilizziamo più il denaro. »

«Ma no! E’ un modo di dire. Volevo spiegarvi che potete fare tranquillamente a meno di arrivare un attimo in Francia. » Carlo che stava per partire con un offensiva sembrò tranquillizzarsi.

«Avete gia vicino casa tutto ciò di cui avete bisogno. Avete mai sentito parlare di energia rinnovabile? Potrebbe essere la risposta hai vostri problemi. » Ciro non poté fare a meno di notare lo scetticismo impresso sui volti dei suoi nuovi amici.

«In sostanza la terra, il vento, il sole, l’acqua e perfino i rifiuti possono essere convertiti in corrente, elettricità, in luce fondamentalmente. » Le loro espressioni passarono dallo scetticismo alla pietà. Questo era pazzo. Ma aveva offerto loro la colazione e aveva ascoltato paziente i loro sfoghi, perché non ricambiare?

«Prendiamo ad esempio quei fiumi di cui mi avete parlato. Conoscete come funziona un mulino ad acqua, no?!? Non sarebbe difficile realizzare delle turbine idrauliche collegate a un generatore elettrico. Basta trovare dei punti in cui ci siano delle cascatelle, occorre un dislivello di appena due tre metri e costruirvi alla base queste turbine, qualcosa di molto simile alle pale di un mulino, appunto. E così avreste prodotto energia idroelettrica. Oppure, considerate un mulino a vento stavolta. Le macine si muovono grazie al movimento delle pale che a loro volta vengono fatte girare dal vento, se la meccanica delle pale fosse collegata ad un generatore, otterreste energia eolica in modo estremamente semplice. »

Ai loro occhi, anzi alle orecchie, le storie di quello strano personaggio iniziavano ad avere senso.

«Oppure potreste produrre energia solare. Anche se in questo caso la faccenda si complica perché i materiali…» Ciro continuò così per lungo tempo. Raccontò con entusiasmo ai suoi interlocutori tutto ciò che sapeva riguardo l’argomento. Parlò loro dei termovalorizzatori, della biomassa, dei combustibili fossili, dell’effetto serra, del buco dell’ozono, dei pool di riserva e dei pool di scambio e così via. E loro ascoltarono davvero interessati. Saverio si chiarì le idee riguardo al nucleare e inorridì pensando a dove stava trascinando i suoi poveri amici. Passarono le ore e si fecero servire anche il pranzo. Poi Mattia chiese a Ciro:

«Ma tu? Com’è che sai tutte queste cose? »

«Caro mio. Il destino ha volte è strano. La vita ci offre innumerevoli possibilità. Ma spesso all’interno del pacchetto-offerte speciali non vi si ritrova ciò che si cerca e ci si accontenta pur di approfittare dell’offerta. Ho scelto la famiglia e un camion e sono felice così. Adesso però mi devo rimettere in viaggio. Ma lasciatevi dare un ultimo consiglio. Abbandonate le vostre idee. Riallacciatevi allo Stato. Ci sono altri modi per protestare e per far sì che le cose migliorino. E poi sono certo che vi sono tante cose che non avete minimamente preso in considerazione. Pensate alla posta o al telefono. Come farete senza poter comunicare con un lontano parente o soltanto tra di voi.» Mattia si ricordò che aveva promesso a sua madre di scrivere una lettera a zia Caterina, parente emigrata da tempi immemori in Argentina. « Oppure pensate ai vostri diritti. Nessuno potrà proferir verbo se, che so, i Crocianesi decidessero di mettere a soqquadro con la forza la vostra cittadina. E sono certo che se solo ci rifletteste un attimo salterebbero fuori una miriade di altri buoni motivi. Ovviamente siete liberi di fare ciò che volete. Son certo che in questi mesi vi siete stancati, appassionati e certamente divertiti. Ma pensateci bene su. Avete abbastanza fantasia per affrontare qualunque problema. »

Ciro insistette per offrire loro anche il pranzo. Uscirono dall’autogrill ristorati e rincuorati. Il sollievo del Sole pomeridiano sulla loro pelle rifletteva la pace che ormai provavano in fondo alle loro menti risollevate. Prima di lasciarli Ciro il camionista chiese loro un’ultima cosa:

«Ah! Comunque io devo consegnare il mio carico proprio in Francia. Se volete potete viaggiare assieme a me. »

Non ebbero bisogno di consultarsi per la risposta. Quelle strane strade appena incrociate si sarebbero gia separate. Erano relativamente vicini a casa. Pensarono che se si fossero sbrigati avrebbero fatto in tempo a tornare per la cena. Erano ansiosi di raccontare il loro breve viaggio all’intera Sant’Onofrio. E poi c’era da rimediare a tutti i casini combinati in quei mesi. Ma soprattutto ci si doveva iniziare ad organizzare per i festeggiamenti dell’anno venturo. Concordarono che avrebbero sicuramente battuto i rivali di Crociano anche nelle future occasioni.

Si rimisero in moto, imboccarono nuovamente l’autostrada. Poi ne uscirono e vi rientrarono diretti ancora verso il Sud, verso casa. Tutti e quattro indipendentemente e con sfumature e toni radicalmente differenti pensarono:

«Speriamo che stavolta la imbecchiamo giusta l’uscita. Se no manco per domani mattina ci arriviamo a casa. »

 

 

 

                                                                                                                                 Luigi Carlo Cinque   
Alle ore 13:05, GgCinque avrebbe fatto meglio a darsi fuoco | link | commenti (3)
sabato, 20 giugno 2009

Depeche Mode live @ Olimpico... and @ San Siro

intanto, partirei da questo vecchio post di quasi un anno fa. parla di un concerto che, in quanto un po' travagliato per questioni logistiche, ha più di un parallelismo con ciò che mi accingo a raccontare.
poi, ne citerei uno dei primissimi passaggi:
"sarò ripetitivo, ma che devo fa', finchè i Depeche Mode non si faranno vedere in giro continuerò ad accumulare concerti dei Subsonica su concerti dei Subsonica".
in questa frase c'è un po' la chiave di tutto, soprattutto la chiave del fatto che mi additerete nuovamente come "groupie" (come dimenticare quell'estrema visione, immaginata da lorrico, di me che canto a squarciagola "Incantevole", ad un metro dal palco, a petto nudo?).
bene, come qualcuno già sa e qualcun altro avrà intuito, i Depeche Mode si sono fatti finalmente vedere in giro. come da precedenti accordi con ellei, la data designata era quella di Roma, il 16 giugno.
ma facciamo un piccolo passo indietro, giusto per fugare ogni dubbio sul mio essere "groupie", tornando ad un giorno imprecisato del novembre scorso. da poco era stato annunciato il nuovo album dei Depeche, in uscita in primavera, con annesso tour mondiale che avrebbe toccato, oltre a Roma, anche Milano. quel giorno, il giorno stesso della messa in vendita, mi fiondai da Mediaworld, alle 10 di mattina, a comprare i biglietti per Roma. l'anticipo di circa 9 mesi rispetto alla data del concerto non scalfiva per nulla l'eccitazione datami dall'idea di poter finalmente assistere a qualcosa che attendevo da un po'.
erano invece le 19 circa di martedì scorso, quando io, ellei e il suo omonimo compagno di scorribande capitoline ci siamo inoculati nella folla che circondava lo stadio Olimpico. qualcuno penserà che una groupie come si deve sarebbe andata a fare la fila dalla mattina. ecco, fosse per me l'avrei anche fatto, ma siccome i miei compagni di ventura, a
(apparente) differenza mia, hanno qualcosa da fare nella vita, ciò non è stato possibile. senza patemi, abbiamo anche cercato di piazzare un biglietto di troppo; ma nel mondo del bagarinaggio vige la concorrenza perfetta e i prezzi seguono la legge della domanda e dell'offerta. in questo caso, la situazione era da crisi del '29: l'offerta era di troppo superiore alla domanda e più si avvicinava l'ora del concerto più i bagarini, da un lato, offrivano cifre irrisorie per comprare e, dall'altro, sembravano pronti a vendersi il culo per rifilarti un biglietto. ad un ellei che aveva domandato giusto per curiosità, un tizio era partito dal chiedere cinquanta euro per un prato fino ad arrivare a meno di trenta (correggimi se sbaglio). da qui il commento dello stesso ellei, orientativamente un "a saperlo, la prossima volta col cazzo che lo prendo prima il biglietto". questa frase ha acceso una lucina nel mio cervello, ma sul momento non ci ho badato troppo.
una volta dentro, compattatici e riscompattatici con un gruppo di conoscenze romane di ellei, abbiamo finito con il ritrovarci solo noi due, più o meno a metà della platea. e alle 21, a tradimento, con mezz'ora di anticipo rispetto all'orario previsto, è cominciato lo show.
facciamo che evito di ripercorrere la scaletta per intero, se no vi faccio ancora di più la palla. mi limiterò ai momenti salienti.
come, ad esempio, quando grazie a "A Question Of Time", è cominciato il primo sbattimento serio sul prato, mentre Dave Gahan roteava insieme all'asta del microfono abbattendo ogni legge della fisica. "Fly On The Windscreen" è stata una chicca per quelli che la conoscevano; molto bella l'esecuzione live di "Precious", così come quella del nuovo singolo "Peace", che dal vivo assumono un'altra veste e forse anche un altro significato, per mezzo delle immagini che scorrono sullo sfondo. la versione acustica di "Home" mi ha preso, nonostante l'assenza della splendida parte con gli archi che chiude la canzone. "Master And Servant" fantastica da ballare, in tutta la sua tamarraggine. memorabile aver potuto cantare a squarciagola due pezzi che adoro, "In Your Room" e "Strangelove" (quest'ultima accompagnata da un video lesbo-fetish-chic); "Stripped" sorpresa inaspettata, anche se forse un po' penalizzata dal mixaggio, sicuramente più potente "Policy Of Truth". l'apoteosi però, ed era facile prevederlo, l'hanno segnata altri brani: "Enjoy The Silence", "Personal Jesus" e "Never Let Me Down Again". tutte e tre introdotte in maniera splendida e con degli intermezzi dancerecci tutti da ballare. se con la prima si è alzato dall'Olimpico un coro unico e con la seconda si è sfiorato il pogo, è con la terza che lo show da semplice concerto si è definitivamente consacrato come vera e propria celebrazione mistica. tutto lo stadio che segue Gahan muovendo le braccia a mo' di tergicristalli (altro che "Strade", come ho detto ad ellei) trasforma quella che potrebbe essere una banale coreografia da villaggio turistico in qualcosa che assomiglia di più ad una messa. avete presente le mani alzate, rivolte verso l'alto, di quando in chiesa si dice il Padre Nostro? il senso è simile. ovviamente, per me la valenza è decisamente maggiore nel primo caso, in quanto credo molto di più in Dave Gahan di quanto non faccia in Dio.
la chiusura è affidata a "Waiting For The Night", pezzo che mi sono reso conto all'istante di non aver mai apprezzato abbastanza, con Dave e Martin in fondo alla passerella, che cantano insieme quasi sommessamente.
all'uscita, butto un occhio alle t-shirt, ma non vedo niente che mi ispiri. tornando verso casa di ellei, penso che la maglietta potrei andare a comprarmela con calma fuori a San Siro, due giorni dopo. un attimo dopo, inizio ad ipotizzare che potrei anche cercare un biglietto sottocosto e provare a rivedermi il concerto. intanto, una bomba al cioccolato, seguita da una bomba al cioccolato, chiude la serata.
paradossalmente, solo il giorno seguente inizio, come dire, a metabolizzare il concerto. se a casa di ellei ero andato a letto tranquillo, mercoledì, nel mio letto di Milano, inizio a rivedere lo show nella mia mente.
giovedì decido di provarci: vado fuori allo stadio, mi dico, se riesco a trovare un biglietto ad un prezzo più o meno basso mi concedo il bis, se no mi compro una t-shirt e me ne torno a casa. prima di scendere, fisso un tetto di spesa: massimo 20 € per entrare, se no non se ne fa nulla.
sono a San Siro verso le 19.15. so comunque che, se entrerò, entrerò poco prima dell'inizio del concerto o addirittura a show già iniziato: sono disposto a perdermi qualcosa, pur di farmi tirare dietro un biglietto. e poi, ho appreso con sconcerto che a fare da gruppo spalla ci sarà anche Dolcenera, quindi, più arrivo in pizzo in pizzo, meglio è.
comincio a girare in lungo e in largo attorno al Meazza. di gente 'normale' che ha biglietti in più ce n'è. c'è chi vuole farsi un po' di soldi sopra, chi li vende a prezzo di costo, chi è disposto a scendere; ma sotto i 40 € ci va solo uno, che comunque si ferma a 30. i bagarini, come speravo, abbassano le pretese man mano che inizia a farsi tardi. per 20 euro mi propongono diverse volte il terzo anello: ma il terzo anello di San Siro è qualcosa di poco proponibile. un ragazzo napoletano cerca di convincermi, ricordandomi che non si tratta di una partita, quindi secondo lui posso passare dal terzo al secondo anello come se niente fosse. nella mia mente ripenso a quando, con lorrico, cambiammo tranquillamente settore, in occasione di Milan-Napoli (qui il post), ma non sono per nulla convinto. intanto, le file ai cancelli si fanno clamorosamente lunghe. interloquisco con un altro bagarino compatriota; quando gli dico che posso spendere massimo 20 €, mi propone ancora un terzo anello, ma gli spiego che piuttosto che il terzo anello, io me ne torno a casa. allora chiama un compare, che mi mostra un biglietto per il secondo anello e si dice disposto a farmi un favore dandomelo a 20 €. sto biglietto però è di un tipo che non ho mai visto, non è il classico a sfondo giallo o blu di Ticket One; insomma, ho paura di farmi infinocchiare con biglietti falsi e rinuncio. il primo bagarino lo prende come un affronto personale: "ma che cazz' vai truvann, t' sputasse 'n facc', oì". eppure, io non sto facendo qualcosa di molto diverso da suo lavoro: lui cerca di lucrare sulle spalle di quelli che non sono riusciti a munirsi di biglietto in precedenza, io cerco a mio modo di lucrare sulle spalle di chi ha in mano qualcosa che di lì a mezz'ora sarà pura carta straccia.
comunque, continuo ad andare avanti ed indietro. alle 20.45 sto per demordere, ho paura che, se anche troverò un biglietto, rischio di restare bloccato in coda, dato che il concerto comincia alle 21. e quando dico le 21, intendo le 21: per ordinanza del comune, alle 23.30 dev'essere tutto sbaraccato, quindi i DM non possono concedersi nessun ritardo.
un tizio sta vendendo un primo anello a 30 €, io gli dico che ne ho solo 20, lui nicchia un attimo, io faccio finta di pensarci su e mi allontano. quando mi riavvicino, mi dice di aspettare un secondo; alla fine mi dà il primo anello verde per 20 €. mi fiondo verso lo stadio, sperando che il cancello tramite il quale devo passare sia uno di quelli senza fila davanti e fortunatamente così è.
salgo su in curva. la posizione è laterale rispetto al palco; schiacciandomi verso i distinti compenso un po', ma la distanza mi sembra abissale. il concerto comincia un istante dopo.
l'inizio non me lo gusto. c'è ancora troppa luce. sono da solo, in piedi sui seggiolini, ma comunque in tribuna. non riesco a muovermi, non mi viene da alzare le mani, nè tanto meno da cantare a squarciagola. non è che sia proprio in mezzo ai morti, intendiamoci, c'è chi balla un po', chi canta, ma laggiù nel prato è un'altra cosa. ho sempre predicato che i concerti vadano visti dal parterre, che la tribuna è da sfigati, ed ora ne ho l'assoluta conferma.
"In Chains", "Wrong", "Hole To Feed" sfilano via così. durante le splendide "Walking In My Shoes" e "It's No Good" comincio davvero a soffrire la mia posizione, ma vedo quello che mi auguravo di vedere, cioè del movimento nei dintorni della porta che separa tribuna e prato. d'altronde, mi ero ubicato apposta in modo da tenere sotto controllo il passaggio. scendo giù, vicino a dei ragazzi che stanno implorando i tizi della security, e seguo i pezzi successivi da lì. finalmente, durante "Come Back", il responsabile si rende conto che nel prato c'è ancora una marea di spazio e che siamo giusto una decina di noi a volerlo conquistare. e apre.
mi fiondo nella folla, guadagno metri facendo meschinamente finta di cercare con lo sguardo degli inesistenti amici e mi ritrovo in una posizione non troppo dissimile da quella di Roma, cioè a pochi metri dalla transenna posta a metà prato.
posso gustarmi il resto dello show così come si conviene. la scaletta è uguale, ma chi se ne frega.
i primi ricordi che ho dei Depescemòd sono legati a "Dream On", canzone presente nella compilation rossa di Festivalbar 2001, che non mi convinceva allora e che in realtà non mi convince tanto manco oggi. ho delle vaghe reminiscenze della prima volta che vidi il video di "Personal Jesus", con questi tizi vestiti da cowboy che all'epoca non mi dicevano una beneamata mazza. nel 2004 ho scoperto "Enjoy The Silence", grazie al remix che ne fece Mike Shinoda dei Linkin Park, poi per fortuna ne ascoltai la versione originale dall'I-pod appena acquistato di ellei e me ne innamorai. poi venne Playing The Angel, che ci mise un po' a conquistarmi. nel frattempo scoprii che "Just Can't Get Enough" era opera loro. la svolta fu l'uscita del Greatest Hits, dopo il quale scaricai pian piano tutti gli album, dal primo all'ultimo, 30 anni di musica scoperti giorno dopo giorno.
oggi son qui a narrare sognante di due concerti in tre giorni, pensando già alle date di novembre.
ah, dopo il concerto ho anche comprato una maglietta. credo fosse quella che ellei aveva additato a Roma dicendo "ecco, quella ad esempio è carina", dato che non ha la grafica nuova, un po' cessa, ma è roba che risale a Violator.
cazzo, sono proprio una groupie maledetta.
Alle ore 16:03, Jep avrebbe fatto meglio a darsi fuoco | link | commenti (3)
martedì, 16 giugno 2009

LA SANT'ONOFRIO INDIOENDENTE ATTO III

Ecco un comizio, un furgone e tanta strada da fare

 

Il futuro era arrivato assieme all’andar via dei Carabinieri. Essi avevano chiuso un occhio. Sant’Onofrio se la sarebbe cavata con un iper-bolletta della luce e con una salatissima multa. Saverio ordinò immediatamente a Carlo e Mattia di seguirli nell’ufficio “da Nonna Agata”. Carlo cacciò via bruscamente tutti i vecchietti immersi nell’ennesimo torneo di tressette e si chiuse la porta alle spalle. Ne uscirono solo la mattina dopo con aria stanca e amareggiata. Saverio fece spargere la voce che l’indomani ci sarebbe stata una riunione collettiva in cui si sarebbe fatto un importante annuncio. Intanto andò ad occuparsi di certe faccende.

Per la riunione era stato allestito un palco che occupava tutta la piazza. Questa fu presto riempita da tutti gli abitanti. Al momento stabilito i tre compari salirono sul palco e dissero ciò che avevano da dire:

«Amici di Sant’Onofrio. » esordì Saverio e fece una pausa per aspettare che si quietassero i mormorii del pubblico presente.

«Cari amici. Fratelli di questa meravigliosa avventura». Saverio era sempre stato un ottimo oratore, o almeno le sue doti spiccavano senza ombra di dubbio in mezzo all’allegra marmaglia di Sant’Onofrio.

«Come ben sapete, a nulla è valso il nostro mirabile tentativo di riportare l’elettricità nelle nostre case. E siete ben consci anche del fatto che senza non ne possiamo fare. Ma il qui presente, assieme ai miei fidati e fedeli amici…» e indicò Mattia e Carlo seduti alle sue spalle. «ci stiamo prodigando per riconsegnare alla cittadina, in modo definitivo, la tanta agognata luce. Non possiamo permettere a quegli squallidi crocianesi di superarci in ciò che noi abbiamo eletto a sublime arte.» La piazza fu attraversata da fragorosi applausi compiaciuti. Ma qualcuno dalla prima fila:

«Va bene! Ma come faremo? »

«E’ gia tutto deciso. Stanotte si parte per la Francia.» e la platea divenne un unico ohhhhhhh di stupore. Saverio continuò: «In Francia hanno la più grande energia del mondo. Abbastanza per tutti loro e anche per noi. In Francia hanno il nucleare e noi gliene chiederemo un poco in prestito. Sono sicuro che le autorità saranno liete di aiutarci. » l’ ohhhhhhhhhhh crebbe di parecchi decibel e di qualche secondo. Ma qualcuno dalla quarta fila :

«Il nucleare? E come pensate di portarlo fino a qui? ».

«E’ giusto essere scettici. Ma abbiamo pensato anche a questo.» Saverio fece un richiamo con la mano verso la sua destra. Un giovanotto un po’ timido, trasandato e tarchiatello salì sul palco.

«Voi tutti conoscete Geremia. Egli ha messo a disposizione il suo furgone per il viaggio e verrà con noi. E’ un furgone abbastanza grande per portare tutto il nucleare che ci serve!»

Il comizio finì con rinnovato entusiasmo. Adesso ci si beava al pensiero delle nuove possibilità che si stavano delineando. Si confabulava, si ipotizzava, si berciava (in un piccolo borgo c’è sempre qualcuno che bercia) e si scherzava. Erano tutti sensibilmente e vistosamente felici. Tutti tranne qualcuno di nostra conoscenza. Carlo Felice era palesemente contrariato da qualcosa e stava inveendo contro Saverio.

«Perché non mi hai detto niente prima? Non ci vengo con voi. »

«Dai Carlo, calmati. Che ti importa. » Gli diceva Mattia tirandolo per la manica della camicia.

«Smettila di far storie. Sei indispensabile. Non puoi non venire. E poi lo sai che qui nessuno ha la patente ancora valida né tanto meno un camion. Neanche a me sta’ tanto simpatico ma non possiamo fare a meno di lui. Piuttosto vatti a preparare che tra poche ore partiamo.»

Carlo ci pensò su torvo. Poi girò i tacchi e andò a preparare la valigia.

Il fatto era che Carlo Felice non sopportava minimamente Geremia Staccia, detto il meccanico. Egli era noto in paese per la sua spiccata bravura in ogni genere di riparazione e per il suo fetido odore. Sembrava compensare il suo scarso senso dell’igiene personale con le sue innate doti nel maneggiare ogni sorta di congegno meccanico. Perciò era molto apprezzato. Ma per qualche strano scherzo del destino gli capitava di sbagliare sempre qualcosa quando a dargli da lavorare era Carlo Felice. Quest’ultimo si era dovuto ricomprare una motosega, un tagliaerba, un decespugliatore. Inoltre aveva dovuto rinunciare a una 50 special e a un tostapane a cui era particolarmente affezionato. L’attrito che c’era fra i due era quindi ampiamente giustificato. Sarebbe stato un lungo viaggio.

A mezzanotte e una manciata di minuti partirono. Furono salutati dai pochi intrepidi cittadini che ancora non dormivano. Il vecchio furgone di Geremia sputacchiò fuori piccole nuvolette di fumo grigio e denso. Al suo interno erano stipati i quattro eroi, in quest’ordine a partire dal guidatore: Geremia Staccia, Saverio Grattacaso, Mattia Benvenga e Carlo Felice. Come si può notare, Carlo aveva avuto l’accortezza di posizionarsi il più distante possibile dal suo “acerrimo nemico”, per quanto lo spazio a disposizione dello stretto abitacolo lo consentisse.

La vettura percorse gli innumerevoli tornanti che conducevano alla “Salerno-Reggio Calabria”. Ora bisogna precisare che nessuno dei partecipanti alla spedizione era mai stato, almeno con mezzi propri, in autostrada. Avevano sì viaggiato, ma sempre con treni o autobus di linea. In ogni caso non si erano mai spinti oltre Napoli a Nord e Cosenza a Sud. Non c’è da stupirsi, quindi, del fatto che Geremia imboccò il primo svincolo che si ritrovò sotto mano. Entrarono, così, spediti in autostrada diretti verso Reggio Calabria. Ci misero un poco ad accorgersi dall’errore. Mattia ad un tratto fece notare a Saverio che mancavano solo ottanta chilometri a Reggio Calabria e si stupiva del fatto che si dovesse attraversare la Sicilia per andare in Francia.

«Dove ci stai portando, ignorante! » esclamò Carlo nei confronti di Geremia.

«Ma…ma…ma io che ne so? Non sono mai stato in autostrada.» rispose l’incauto conducente.

«Presto, presto. Gira! » Lo esortò Mattia. E Geremia incominciò a rallentare per effettuare un’inversione ad “U” da manuale.

«No. Pazzo! Aspetta. Non puoi girare così qui.» Disse saggiamente Saverio mentre una brusca controsterzata evitò che un enorme autotreno li scaraventasse per aria.

«Dobbiamo imboccare un’uscita e riprendere l’autostrada in un altro punto.»

«E’ vero. Fatti sulla destra e prendi uno sbocco.»

«Ma che destra. Devi andare a sinistra.»

«Non li ascoltare. Le uscite sono sulla destra. Eccone una…vai vai. »

Ma l’intontito Geremia non riuscì nell’intento e la persero. Così come le altre tre successive. Finché, per forza di cose, la diabolica strada terminò. In città, dopo aver girato più volte in tondo a numerose rotatorie, riuscirono a trovare l’imbocco che li avrebbe finalmente portati verso Nord. Sarebbe stato un lunghissimo viaggio.

L’alba era sorta gia da un pezzo quando decisero di effettuare una sosta restauratrice. Geremia, che aveva preso un po’ la mano, parcheggiò il suo furgone alla stazione di servizio di Sala Consilina.   Ne scesero  completamente anchilosati e intirizziti. Andarono a espletare i loro bisogni fisiologici un po’ dove capitava. E poi iniziarono a lamentarsi l’un con l’altro del viaggio, della perdita di tempo, della Francia e della situazione in cui si stavano imbarcando. A un tratto si fece incontro loro un signore. Era un omone alto e robusto che indossava  jeans di circa tre taglie più grandi e una attillatissima magliettina di cotone grigia. Si avvicinò cauto e curioso al gruppetto ed esordì nell’unico modo in cui è lecito esordire in questi casi:

«Scusate tanto. Ma non ho potuto fare a meno di ascoltare i vostri discorsi… »

«E allora? » Sbottò Carlo.

«Non voglio disturbarvi o seccarvi. Ma mi avete incuriosito. Mi chiedevo se non sono troppo invadente invitandovi a unirmi a me per la colazione. Sembra che ne abbiate veramente bisogno. E intanto magari mi potreste raccontare questa strana faccenda più nel dettaglio ».

La parola magica “colazione” aveva fatto volar via dalle loro menti qualsiasi possibile azione ostile nei confronti di quel signore. Accettarono l’invito di buon grado.

Alle ore 13:23, GgCinque avrebbe fatto meglio a darsi fuoco | link | commenti (4)