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Se lo dice lui?!?
Erano seduti gia da un po’ a un tavolo del bar dell’autogrill. Sul tavolo erano poggiate tazze di cappuccino, tazzine di caffè, piattini con cornetti e brioche. Gli occhi azzurrissimi di Ciro il camionista eran diventati più limpidi e vivaci di quanto gia fossero nell’ascoltare attentamente tutta la storia. I Sant’Onofriani gli avevano raccontato confusamente tutto l’accaduto, dalla decisione dell’autarchia fino al viaggio, passando per la festa del patrono.
«Meraviglioso. Veramente sorprendente. Avete un’inventiva esagerata. Una fantasia così grande non l’avevo mai riscontrata. Ma lasciate che vi dia qualche dritta.»
Alle parole di Ciro, i quattro gongolarono. Escluso Geremia troppo distratto ad osservare il fondoschiena della cameriera che sparecchiava il tavolo adiacente al loro. Ciro continuò:
«Sentite. Non me ne intendo molto. Ma penso che l’energia nucleare non la si possa caricare su di un furgone, tra l’altro sgangherato, e portarsela via. E poi cercate l’oro nel posto sbagliato. »
«Cosa? Che ci importa dell’oro a noi. Non utilizziamo più il denaro. »
«Ma no! E’ un modo di dire. Volevo spiegarvi che potete fare tranquillamente a meno di arrivare un attimo in Francia. » Carlo che stava per partire con un offensiva sembrò tranquillizzarsi.
«Avete gia vicino casa tutto ciò di cui avete bisogno. Avete mai sentito parlare di energia rinnovabile? Potrebbe essere la risposta hai vostri problemi. » Ciro non poté fare a meno di notare lo scetticismo impresso sui volti dei suoi nuovi amici.
«In sostanza la terra, il vento, il sole, l’acqua e perfino i rifiuti possono essere convertiti in corrente, elettricità, in luce fondamentalmente. » Le loro espressioni passarono dallo scetticismo alla pietà. Questo era pazzo. Ma aveva offerto loro la colazione e aveva ascoltato paziente i loro sfoghi, perché non ricambiare?
«Prendiamo ad esempio quei fiumi di cui mi avete parlato. Conoscete come funziona un mulino ad acqua, no?!? Non sarebbe difficile realizzare delle turbine idrauliche collegate a un generatore elettrico. Basta trovare dei punti in cui ci siano delle cascatelle, occorre un dislivello di appena due tre metri e costruirvi alla base queste turbine, qualcosa di molto simile alle pale di un mulino, appunto. E così avreste prodotto energia idroelettrica. Oppure, considerate un mulino a vento stavolta. Le macine si muovono grazie al movimento delle pale che a loro volta vengono fatte girare dal vento, se la meccanica delle pale fosse collegata ad un generatore, otterreste energia eolica in modo estremamente semplice. »
Ai loro occhi, anzi alle orecchie, le storie di quello strano personaggio iniziavano ad avere senso.
«Oppure potreste produrre energia solare. Anche se in questo caso la faccenda si complica perché i materiali…» Ciro continuò così per lungo tempo. Raccontò con entusiasmo ai suoi interlocutori tutto ciò che sapeva riguardo l’argomento. Parlò loro dei termovalorizzatori, della biomassa, dei combustibili fossili, dell’effetto serra, del buco dell’ozono, dei pool di riserva e dei pool di scambio e così via. E loro ascoltarono davvero interessati. Saverio si chiarì le idee riguardo al nucleare e inorridì pensando a dove stava trascinando i suoi poveri amici. Passarono le ore e si fecero servire anche il pranzo. Poi Mattia chiese a Ciro:
«Ma tu? Com’è che sai tutte queste cose? »
«Caro mio. Il destino ha volte è strano. La vita ci offre innumerevoli possibilità. Ma spesso all’interno del pacchetto-offerte speciali non vi si ritrova ciò che si cerca e ci si accontenta pur di approfittare dell’offerta. Ho scelto la famiglia e un camion e sono felice così. Adesso però mi devo rimettere in viaggio. Ma lasciatevi dare un ultimo consiglio. Abbandonate le vostre idee. Riallacciatevi allo Stato. Ci sono altri modi per protestare e per far sì che le cose migliorino. E poi sono certo che vi sono tante cose che non avete minimamente preso in considerazione. Pensate alla posta o al telefono. Come farete senza poter comunicare con un lontano parente o soltanto tra di voi.» Mattia si ricordò che aveva promesso a sua madre di scrivere una lettera a zia Caterina, parente emigrata da tempi immemori in Argentina. « Oppure pensate ai vostri diritti. Nessuno potrà proferir verbo se, che so, i Crocianesi decidessero di mettere a soqquadro con la forza la vostra cittadina. E sono certo che se solo ci rifletteste un attimo salterebbero fuori una miriade di altri buoni motivi. Ovviamente siete liberi di fare ciò che volete. Son certo che in questi mesi vi siete stancati, appassionati e certamente divertiti. Ma pensateci bene su. Avete abbastanza fantasia per affrontare qualunque problema. »
Ciro insistette per offrire loro anche il pranzo. Uscirono dall’autogrill ristorati e rincuorati. Il sollievo del Sole pomeridiano sulla loro pelle rifletteva la pace che ormai provavano in fondo alle loro menti risollevate. Prima di lasciarli Ciro il camionista chiese loro un’ultima cosa:
«Ah! Comunque io devo consegnare il mio carico proprio in Francia. Se volete potete viaggiare assieme a me. »
Non ebbero bisogno di consultarsi per la risposta. Quelle strane strade appena incrociate si sarebbero gia separate. Erano relativamente vicini a casa. Pensarono che se si fossero sbrigati avrebbero fatto in tempo a tornare per la cena. Erano ansiosi di raccontare il loro breve viaggio all’intera Sant’Onofrio. E poi c’era da rimediare a tutti i casini combinati in quei mesi. Ma soprattutto ci si doveva iniziare ad organizzare per i festeggiamenti dell’anno venturo. Concordarono che avrebbero sicuramente battuto i rivali di Crociano anche nelle future occasioni.
Si rimisero in moto, imboccarono nuovamente l’autostrada. Poi ne uscirono e vi rientrarono diretti ancora verso il Sud, verso casa. Tutti e quattro indipendentemente e con sfumature e toni radicalmente differenti pensarono:
«Speriamo che stavolta la imbecchiamo giusta l’uscita. Se no manco per domani mattina ci arriviamo a casa. »
Ecco un comizio, un furgone e tanta strada da fare
Il futuro era arrivato assieme all’andar via dei Carabinieri. Essi avevano chiuso un occhio. Sant’Onofrio se la sarebbe cavata con un iper-bolletta della luce e con una salatissima multa. Saverio ordinò immediatamente a Carlo e Mattia di seguirli nell’ufficio “da Nonna Agata”. Carlo cacciò via bruscamente tutti i vecchietti immersi nell’ennesimo torneo di tressette e si chiuse la porta alle spalle. Ne uscirono solo la mattina dopo con aria stanca e amareggiata. Saverio fece spargere la voce che l’indomani ci sarebbe stata una riunione collettiva in cui si sarebbe fatto un importante annuncio. Intanto andò ad occuparsi di certe faccende.
Per la riunione era stato allestito un palco che occupava tutta la piazza. Questa fu presto riempita da tutti gli abitanti. Al momento stabilito i tre compari salirono sul palco e dissero ciò che avevano da dire:
«Amici di Sant’Onofrio. » esordì Saverio e fece una pausa per aspettare che si quietassero i mormorii del pubblico presente.
«Cari amici. Fratelli di questa meravigliosa avventura». Saverio era sempre stato un ottimo oratore, o almeno le sue doti spiccavano senza ombra di dubbio in mezzo all’allegra marmaglia di Sant’Onofrio.
«Come ben sapete, a nulla è valso il nostro mirabile tentativo di riportare l’elettricità nelle nostre case. E siete ben consci anche del fatto che senza non ne possiamo fare. Ma il qui presente, assieme ai miei fidati e fedeli amici…» e indicò Mattia e Carlo seduti alle sue spalle. «ci stiamo prodigando per riconsegnare alla cittadina, in modo definitivo, la tanta agognata luce. Non possiamo permettere a quegli squallidi crocianesi di superarci in ciò che noi abbiamo eletto a sublime arte.» La piazza fu attraversata da fragorosi applausi compiaciuti. Ma qualcuno dalla prima fila:
«Va bene! Ma come faremo? »
«E’ gia tutto deciso. Stanotte si parte per
«Il nucleare? E come pensate di portarlo fino a qui? ».
«E’ giusto essere scettici. Ma abbiamo pensato anche a questo.» Saverio fece un richiamo con la mano verso la sua destra. Un giovanotto un po’ timido, trasandato e tarchiatello salì sul palco.
«Voi tutti conoscete Geremia. Egli ha messo a disposizione il suo furgone per il viaggio e verrà con noi. E’ un furgone abbastanza grande per portare tutto il nucleare che ci serve!»
Il comizio finì con rinnovato entusiasmo. Adesso ci si beava al pensiero delle nuove possibilità che si stavano delineando. Si confabulava, si ipotizzava, si berciava (in un piccolo borgo c’è sempre qualcuno che bercia) e si scherzava. Erano tutti sensibilmente e vistosamente felici. Tutti tranne qualcuno di nostra conoscenza. Carlo Felice era palesemente contrariato da qualcosa e stava inveendo contro Saverio.
«Perché non mi hai detto niente prima? Non ci vengo con voi. »
«Dai Carlo, calmati. Che ti importa. » Gli diceva Mattia tirandolo per la manica della camicia.
«Smettila di far storie. Sei indispensabile. Non puoi non venire. E poi lo sai che qui nessuno ha la patente ancora valida né tanto meno un camion. Neanche a me sta’ tanto simpatico ma non possiamo fare a meno di lui. Piuttosto vatti a preparare che tra poche ore partiamo.»
Carlo ci pensò su torvo. Poi girò i tacchi e andò a preparare la valigia.
Il fatto era che Carlo Felice non sopportava minimamente Geremia Staccia, detto il meccanico. Egli era noto in paese per la sua spiccata bravura in ogni genere di riparazione e per il suo fetido odore. Sembrava compensare il suo scarso senso dell’igiene personale con le sue innate doti nel maneggiare ogni sorta di congegno meccanico. Perciò era molto apprezzato. Ma per qualche strano scherzo del destino gli capitava di sbagliare sempre qualcosa quando a dargli da lavorare era Carlo Felice. Quest’ultimo si era dovuto ricomprare una motosega, un tagliaerba, un decespugliatore. Inoltre aveva dovuto rinunciare a una 50 special e a un tostapane a cui era particolarmente affezionato. L’attrito che c’era fra i due era quindi ampiamente giustificato. Sarebbe stato un lungo viaggio.
A mezzanotte e una manciata di minuti partirono. Furono salutati dai pochi intrepidi cittadini che ancora non dormivano. Il vecchio furgone di Geremia sputacchiò fuori piccole nuvolette di fumo grigio e denso. Al suo interno erano stipati i quattro eroi, in quest’ordine a partire dal guidatore: Geremia Staccia, Saverio Grattacaso, Mattia Benvenga e Carlo Felice. Come si può notare, Carlo aveva avuto l’accortezza di posizionarsi il più distante possibile dal suo “acerrimo nemico”, per quanto lo spazio a disposizione dello stretto abitacolo lo consentisse.
La vettura percorse gli innumerevoli tornanti che conducevano alla “Salerno-Reggio Calabria”. Ora bisogna precisare che nessuno dei partecipanti alla spedizione era mai stato, almeno con mezzi propri, in autostrada. Avevano sì viaggiato, ma sempre con treni o autobus di linea. In ogni caso non si erano mai spinti oltre Napoli a Nord e Cosenza a Sud. Non c’è da stupirsi, quindi, del fatto che Geremia imboccò il primo svincolo che si ritrovò sotto mano. Entrarono, così, spediti in autostrada diretti verso Reggio Calabria. Ci misero un poco ad accorgersi dall’errore. Mattia ad un tratto fece notare a Saverio che mancavano solo ottanta chilometri a Reggio Calabria e si stupiva del fatto che si dovesse attraversare
«Dove ci stai portando, ignorante! » esclamò Carlo nei confronti di Geremia.
«Ma…ma…ma io che ne so? Non sono mai stato in autostrada.» rispose l’incauto conducente.
«Presto, presto. Gira! » Lo esortò Mattia. E Geremia incominciò a rallentare per effettuare un’inversione ad “U” da manuale.
«No. Pazzo! Aspetta. Non puoi girare così qui.» Disse saggiamente Saverio mentre una brusca controsterzata evitò che un enorme autotreno li scaraventasse per aria.
«Dobbiamo imboccare un’uscita e riprendere l’autostrada in un altro punto.»
«E’ vero. Fatti sulla destra e prendi uno sbocco.»
«Ma che destra. Devi andare a sinistra.»
«Non li ascoltare. Le uscite sono sulla destra. Eccone una…vai vai. »
Ma l’intontito Geremia non riuscì nell’intento e la persero. Così come le altre tre successive. Finché, per forza di cose, la diabolica strada terminò. In città, dopo aver girato più volte in tondo a numerose rotatorie, riuscirono a trovare l’imbocco che li avrebbe finalmente portati verso Nord. Sarebbe stato un lunghissimo viaggio.
L’alba era sorta gia da un pezzo quando decisero di effettuare una sosta restauratrice. Geremia, che aveva preso un po’ la mano, parcheggiò il suo furgone alla stazione di servizio di Sala Consilina. Ne scesero completamente anchilosati e intirizziti. Andarono a espletare i loro bisogni fisiologici un po’ dove capitava. E poi iniziarono a lamentarsi l’un con l’altro del viaggio, della perdita di tempo, della Francia e della situazione in cui si stavano imbarcando. A un tratto si fece incontro loro un signore. Era un omone alto e robusto che indossava jeans di circa tre taglie più grandi e una attillatissima magliettina di cotone grigia. Si avvicinò cauto e curioso al gruppetto ed esordì nell’unico modo in cui è lecito esordire in questi casi:
«Scusate tanto. Ma non ho potuto fare a meno di ascoltare i vostri discorsi… »
«E allora? » Sbottò Carlo.
«Non voglio disturbarvi o seccarvi. Ma mi avete incuriosito. Mi chiedevo se non sono troppo invadente invitandovi a unirmi a me per la colazione. Sembra che ne abbiate veramente bisogno. E intanto magari mi potreste raccontare questa strana faccenda più nel dettaglio ».
La parola magica “colazione” aveva fatto volar via dalle loro menti qualsiasi possibile azione ostile nei confronti di quel signore. Accettarono l’invito di buon grado.